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L’Amsterdam Dance Event celebra la rinascita della House (e la fine dell’Edm)

Più di 400mila persone hanno partecipato al festival olandese della musica elettronica. L’evento più affolato è stato il party dell’etichetta indipendente inglese Defected. Ma gli italiani (al solito) se la comandano.

ADE sta per Amsterdam Dance Event. Per cinque giorni nella città olandese si incontrano tutti gli operatori della musica elettronica e fanno cose. Incontri di lavoro, conferenze, party.  Secondo gli organizzatori all’edizione 2019 hanno partecipato 2500 artisti e 600 oratori. Sono arrivate 400mila persone da tutto il mondo. Da David Guetta al dj più sfigato in cerca di qualche contatto buono, c’erano tutti. 

Ma partiamo dal glossario: cosa significa musica elettronica? Tutto e un cazzo di niente. Sotto questa macro etichetta si può catalogare l’intera produzione musicale realizzata al computer, utilizzando suoni sintetici o campionati. All’interno di questa giungla si possono identificare dei generi. Beatport, il più diffuso negozio digitale di musica elettronica, ne mette in fila addirittura 31. E questo non fa che alimentare la confusione. A ‘Dam puoi incontrare presunti esperti capaci di asciugarti anche un’ora con la differenza tra Deep tech, Future bass e Progressive house. Ma più si attardano nella spiegazione e più ti è chiaro che manco loro ci capiscono niente. 

TUTTI IN CODA

Quello che è evidente è il ritorno della House e il crepuscolo della Edm (Electronic Dance Music). A fare tendenza – già da qualche anno – è l’etichetta indipendente londinese Defected. Sono loro che rilasciano le tracce più stilose, quelle che dettano la moda e riempiono le piste dei club di Ibiza. Poi c’è una miriade di altre label che seguono il solco tracciato. Ad Amsterdam erano tutti in coda per il party della Defected al World Fashion Center, un centro commerciale che sta nella periferia della città olandese, a quattro chilometri dal centro innervato dai canali. Alla sei del pomeriggio in console si è messo ai piatti Simon Dunmore, il boss dell’etichetta. Ai piatti, poi: i giradischi sono roba per cultori e scratcher, da anni si fa tutto con i cdj della Pioneer, lettori cd che non hanno mai visto un compact disc: la musica è nelle chiavette Usb. 

JOYS

Insomma, per farla breve, dalla selezione di Dunmore si è capito qual è il gusto del momento: un ritorno alle sonorità classiche della House music. Il funky, le citazioni della Dance music, l’utilizzo delle gloriose drum machine della Roland, il cantato con le voci black. Meno caciara, più stile.  Il pezzo dell’estate, a Ibiza, è stato Joys, edito ovviamente dalla Defected e prodotto da Roberto Surace, 21 anni, nato a Roma e cresciuto in Calabria. Joys contiene una citazione di The finest della Sos Band, traccia del 1986, già rifatto nei Novanta in versione drum & bass. Ciò per dire che, negli studi di produzione, non si butta via niente, tutto può avere nuova vita purché rinasca in maniera creativa e non suoni vecchio, ammuffito.

UN PO’ DI NUMERI

Ora la domanda è: ma ci si fanno i soldi con la House music? Nì. Il mercato discografico mondiale, secondo l’Ifpi, nel 2018 ha generato ricavi per 19,1 miliardi di dollari. E’ in crescita, soprattutto grazie agli streaming (47%). La musica “Dance / House” si prende una fetta del 27% (con picchi del 38% nella fascia di età 25/34), ma è il pop che fa i numeri seri (chiamato “commerciale” dai puristi, con disprezzo), alla House restano gli spicci. Con una traccia, a meno che non diventi un successo mainstream, non ci si arricchisce. Spesso manco si coprono le spese. Eppure la scena continua a sfornare centinaia di pezzi al giorno. Perché? 

Perché l’obiettivo non è il mercato discografico, sono i live. Nell’entertainment diurno (gli aperitivi) e notturno (i club), girano i soldi veri. Produrre una traccia House serve allora prevalentemente a scopo promozionale, per far viaggiare il nome e per generare relazioni. Le etichette indipendenti organizzano eventi dove si esibisce il proprio roster di dj produttori. Le più forti programmano uno o più show a Ibiza. E, spesso, per un disk jockey mettere piede sulla Isla durante la stagione estiva vuol dire poi campare di rendita per tutto l’anno. Ad Amsterdam si va per questo. A dare un volto ai colleghi con cui si è lavorato da remoto durante l’anno. E a progettare nuove collaborazioni. Ed è tutto un “bro”, “mate”, “buddy”, abbraccioni e bacioni.  

TESTE GRIGIE (E PELATE)

La scena House non è come ce la si immagina. E’ un ambiente molto maturo. Anagraficamente. Gli artisti ragazzini sono attratti da altri generi. Nella lobby dell’Andaz hotel, dove gli house lovers si ritrovano per fare networking, abbondano teste grigie e pelate (pelate di calvizie). I producer, quando esauriscono l’argomento musicale, tirano fuori l’Iphone ed esibiscono a vicenda le foto dei figli.  

Gli italiani? Sono una tribù importante della internazionale House. All’avanguardia per stile, influenza, creatività. Di Surace si è detto. Delle star della Techno come Marco Carola e Joseph Capriati manco a parlarne. Poi ci sono professionisti sulla scena da alcuni decenni, che continuano a proporsi con un suono fresco e attuale, come Ciro “Black Legend” Sasso (a breve ricorrono i vent’anni della sua hit “You see the trouble with me”, numero uno nella chart UK). Infine c’è un proletariato del mix che spera di beccare la scia giusta che li spedisca in orbita. Alcuni ci riescono. Pochi però.     

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