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L’Orgasmo di Roma per Calcutta (che ora è davvero Mainstream)

A “Rock in Roma” Calcutta è nel salotto di casa. Dopo un’ora e tre quarti di concerto, ventitre pezzi e una cover di Miguel Bosè (“Se tu non torni”), quello che ha urlato di meno non ha la voce neanche per ordinarsi una birra. Una passeggiata di salute, si dice da queste parti.

“Raga’, ho gli auricolari, sento solo il mio ritorno. Ma voi state cantando?”. Essì che i ragazzi cantano. Che domanda. A “Rock in Roma” Calcutta è nel salotto di casa. Comodo. Dopo un’ora e tre quarti di concerto, ventitre pezzi e una cover di Miguel Bosè (“Se tu non torni”), quello che ha urlato di meno non ha la voce neanche per ordinarsi una birra.

Una passeggiata di salute, si dice da queste parti. Edoardo D’Erme è di Latina, nella capitale si è trasferito come universitario fuori sede. Studi non finiti perché questa cosa della musica lo ha travolto. Avanguardista della scena indie. Anche se questa etichetta non gli piace. E in effetti per Calcutta oramai è un po’ limitante. Difficile schiaffarlo in un recinto. Catalogarlo.

Il suo primo album si chiamava “Mainstream”. Ironicamente. Ma poi al grande pubblico è arrivato sul serio. I numeri sono quelli del pop. Sullo sterrato dell’ippodromo di Capannelle ci trovi di tutto. Dai sei ai sessant’anni.

Lui però quell’aria da “passavo qui per caso” non se la toglie mai. Maglietta rossa Sergio Tacchini e immancabile cappellino da baseball. Barba non fatta. La sua postazione sul palco comprende un microfono e un campionatore da cui, tra una canzone e un’altra, fa partire degli effetti simpatici che fanno ridere il pubblico. Dietro di lui, oltre alla band, quattro coriste. Hanno scritto C.O.R.O. sulla t-shirt, tanto per sottolineare. Sul megaschermo scorrono immagini in diretta, stories di Instagram e grafiche “old school” tipo Window 95. Parte con “Briciole”. Poi “Kiwi”, poi “Orgasmo”.

Ogni pezzo ha un bagaglio di aneddotica alimentata un po’ dalla rete, un po’ dall’artista stesso. A partire dai titoli delle canzoni che non sono figli di una scelta editoriale studiata a tavolino dalla casa discografica, ma frutto di una organizzazione del lavoro un po’ alla cazzo. Erano i nomi dei file di esportazione dal disco rigido. E sono finiti, pari pari, sull’album. Poi vai a vedere se è vero. “Kiwi” era la canzone che non riusciva a finire (“Ma poi l’ho finita”), “Orgasmo” quella che non passava in radio perché la parola “scopare” era inserita nelle prime strofe (“Se ci facevo il ritornello magari andava bene”).

Calcutta è il sottovalutato cronico. Il ragazzo che arriva con l’orma del cuscino tatuata in faccia. Poi accende il microfono e si rivela un cantautore con i contro razzi. Alla fine del quarto pezzo (“Cane”), butta dentro una strofa di Bosè (“Così stanotte voglio una stella a farmi compagniaaaa…”). Breve parentesi. Oramai ha un repertorio così ampio da cui attingere per i live che le cover non servono. Sul video scorre una clip realizzata da Francesco Lettieri, regista di quasi tutti i suoi video.

La prima strofa di “Paracetamolo” è interpretata in spagnolo. Tanto per confondere un po’ i fan, che vanno di testi a memoria. Segue un momento intimo, voce e chitarra. Calcutta esegue “Albero” (“Non la faccio da un po’ di tempo, spero di non fare brutta figura…”) e “Amarena”. Nel finale solo hit e pezzi nuovi. “Oroscopo” parte voce e piano. Poi l’arrangiamento live ricalca la versione Takagi&Ketra, quella che a Calcutta “non piace” (mostrò il disco d’oro attaccato sopra la tazza del cesso). Quindi “Cosa mi manchi a fare”, “Frosinone”, “Gaetano”, “Milano Dateo”. Chiude con “Pesto”. La spianata di Capannelle è un’apoteosi di cellulari in modalità Rec. “Pensavo che la gente oggi qui fosse antipatica, invece siete stati simpatici…”, scherza. Ma ha gli occhi lucidi.

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